di Donatello D’Andrea, vicepresidente e responsabile programma di ricerca sulla comunicazione strategica
Introduzione
La crisi dello Stretto di Hormuz del 2026 è stata analizzata prevalentemente come conflitto militare ed energetico: il blocco della via marittima attraverso cui transita il 25% del commercio petrolifero mondiale, la campagna aerea americana contro le infrastrutture dei Pasdaran, la crisi dei prezzi energetici globale che ne è derivata. Questa lettura è corretta ma parziale. Hormuz è anche – e forse prima di tutto – una competizione per il controllo del campo semantico: una battaglia in cui le mosse comunicative degli attori hanno prodotto effetti strategici reali almeno quanto quelle militari, e in cui la capacità di costruire frame adottabili ha determinato chi ha governato la narrativa della crisi e chi ne è rimasto ostaggio.
Il presente dossier analizza l’evoluzione della comunicazione strategica nella crisi di Hormuz dall’inizio della guerra al 6 settembre 2026, applicando tre framework teorici sviluppati nell’ambito del programma di ricerca dell’Istituto Delphi: la diplomazia performativa, la teoria dei giochi comunicativa e il modello di adottabilità del frame.[1] L’obiettivo non è una ricostruzione cronologica degli eventi – già ampiamente disponibile – ma l’identificazione dei meccanismi comunicativi che hanno governato la crisi e la valutazione comparata dell’efficacia delle strategie discorsive dei principali attori coinvolti.
1. Le premesse comunicative: dalla «Guerra dei 12 giorni» al 28 febbraio 2026
Per comprendere la comunicazione strategica nella crisi di Hormuz è necessario ricostruire brevemente il campo semantico preesistente in cui la crisi si è inserita. Il conflitto del giugno 2025 – la cosiddetta «Guerra dei 12 giorni» tra Iran e Israele-USA – aveva già prodotto una prima competizione discorsiva che avrebbe condizionato tutte le fasi successive.
Il cessate il fuoco del 24 giugno 2025, annunciato da Trump come «pienamente concordato», aveva le caratteristiche formali di un atto di diplomazia performativa nel senso tecnico del termine: un enunciato che non descriveva uno stato di cose già esistente, ma tentava di costruirlo attraverso la sua stessa enunciazione.[2] La tregua ha retto solo parzialmente – «tra accuse reciproche e lanci di missili contestati», come documentano le cronache – il che ha prodotto il primo episodio significativo di erosione della credibilità comunicativa americana: un cessate il fuoco annunciato come definitivo e percepito come precario riduce σ – la credibilità della fonte – per qualsiasi annuncio successivo dello stesso attore sullo stesso tema.
Tra dicembre 2025 e febbraio 2026, la crisi interna iraniana – proteste per il carovita, svalutazione del rial, repressione con blackout delle comunicazioni – ha modificato il campo semantico internazionale in modo favorevole agli attori che volevano aumentare la pressione su Teheran. Trump ha collegato esplicitamente la repressione delle proteste alla possibilità di un’azione militare, costruendo un frame che associava la legittimità dell’intervento alla difesa dei manifestanti iraniani. Questo frame aveva alta coerenza contestuale (κ) nel pubblico occidentale – le proteste erano ampiamente coperte dai media – e collocava l’eventuale azione militare in una narrativa di responsabilità morale invece che di interesse strategico.
Il 28 febbraio 2026, l’attacco americano-israeliano all’Iran ha trasformato quella narrativa in azione. L’uccisione di Ali Khamenei nelle prime ore dell’operazione ha prodotto un effetto comunicativo di portata straordinaria: la decapitazione della leadership ha simultaneamente eliminato il punto di riferimento simbolico del regime e creato un vuoto di governance che ha reso più difficile per l’Iran gestire la propria risposta in modo coerente.[3]
2. La fase della chiusura di Hormuz: la risposta iraniana come atto performativo
La chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran non è stata solo una mossa militare: è stata prima di tutto un atto comunicativo di straordinaria efficacia. Analizzata attraverso il framework della diplomazia performativa, la chiusura presenta le caratteristiche di un enunciato performativo riuscito: ha prodotto effetti reali nel mondo – blocco del traffico navale, crisi energetica globale, rialzo dei prezzi – attraverso la sua stessa enunciazione e la capacità di mantenerla nel tempo.
La dichiarazione del 27 marzo 2026 – «lo Stretto è chiuso a qualsiasi nave diretta verso i porti di USA, Israele e loro alleati» – costruisce uno spazio simbolico in cui l’Iran riafferma la propria sovranità sulle acque dello Stretto in modo operativo, non solo dichiarativo. Non è una minaccia: è un atto che si auto-adempie nel momento in cui viene pronunciato e sostenuto dalla capacità materiale di mantenerlo.[4]
In termini di adottabilità del frame, la mossa iraniana presenta caratteristiche strutturalmente interessanti. La coerenza contestuale (κ) è alta per una parte rilevante del pubblico internazionale: il frame della sovranità territoriale e della risposta a un’aggressione subita è compatibile con le strutture cognitive di numerosi attori – in particolare i paesi non allineati e quelli con storia coloniale – che non richiedono giustificazioni aggiuntive per comprenderlo e adottarlo. La credibilità della fonte (σ) è alta nel proprio bacino di riferimento, sebbene strutturalmente limitata nel contesto del sistema internazionale occidentale. La tempestività (τ) è ottimale: la chiusura viene dichiarata nelle primissime ore del conflitto, quando il campo semantico è ancora aperto e la salienza del tema è massima.
Il frame iraniano ha però un limite strutturale che il modello α(F) consente di identificare con precisione: la disponibilità di frame alternativi (φ) è alta, perché il frame occidentale della sicurezza delle rotte energetiche – già consolidato nella struttura cognitiva dei principali attori del sistema internazionale – offre un’alternativa credibile a basso costo di adozione. Il frame iraniano è potente nel proprio bacino di riferimento; fatica a diventare sistemico perché il costo di adozione è proibitivo per la maggioranza degli attori che dipendono dalle rotte energetiche dello Stretto.[5]
3. Il Memorandum di Islamabad: diplomazia performativa e condizioni di felicità
Il Memorandum di Islamabad – firmato il 17 giugno 2026 da Masoud Pezeshkian e da Trump – rappresenta il caso più ricco di analisi del dossier dal punto di vista della diplomazia performativa. È un atto linguistico che dichiara la fine delle ostilità e l’apertura di negoziati sul nucleare, tentando di produrre quella realtà attraverso la propria enunciazione.
Analizzato attraverso il framework della diplomazia performativa, il Memorandum presenta un problema strutturale nelle proprie condizioni di felicità: per produrre gli effetti che dichiara, richiede la cooperazione di attori che hanno interessi divergenti nella sua riuscita. I Pasdaran, la cui posizione interna era rafforzata dal conflitto, avevano incentivi a non cooperare con un accordo che avrebbe ridotto la loro indispensabilità. Le agenzie di stampa iraniane hanno pubblicato i termini dell’accordo precisando esplicitamente che «sul nucleare Teheran non ha preso alcun impegno»: una contro-narrazione simultanea all’annuncio che ne ha minato le condizioni di felicità nel momento stesso della sua enunciazione.[6]
In termini di teoria dei giochi comunicativa, il Memorandum illustra il meccanismo del metagioco: il gioco sulla struttura del gioco stesso. Trump non stava solo negoziando i termini dell’accordo: stava tentando di costruire comunicativamente la percezione che un accordo fosse già stato raggiunto, nella speranza che questa percezione diventasse auto-adempiente. Teheran ha risposto con una mossa di metagioco speculare: ha confermato l’accordo sul piano formale e lo ha svuotato sul piano sostanziale con la precisazione sul nucleare, ottenendo i benefici della de-escalation senza cedere sui punti che contavano.[7]
Il risultato è stato un atto performativo parzialmente riuscito: la tregua ha tenuto per un periodo limitato, le sanzioni sono state parzialmente revocate, le rotte navali hanno ripreso funzionalmente. Ma le condizioni di fondo non sono cambiate e quando la scadenza dei 60 giorni si è avvicinata senza un accordo definitivo sul nucleare, il campo semantico si è riaperto esattamente nelle condizioni di partenza, con l’aggravante che la credibilità americana (σ) aveva subito un’ulteriore erosione.
4. La scadenza del memorandum e il secondo ciclo: l’evoluzione dei frame
La scadenza del 17 agosto 2026 ha prodotto un cambiamento qualitativo nel campo semantico della crisi che il modello α(F) consente di descrivere con precisione. Il secondo ciclo – dalla scadenza del primo memorandum all’accordo Iran-Oman del 25 agosto – ha visto l’emergere di un terzo frame che ha progressivamente ridisegnato la struttura del confronto.
Il frame americano nella sua versione originale – «sicurezza delle rotte energetiche» – aveva mantenuto un alto coefficiente di adottabilità nella prima fase del conflitto grazie alla combinazione di κ alta, σ alta, τ ottimale e φ bassa. Nella seconda fase, due delle quattro variabili si sono deteriorate simultaneamente. La credibilità della fonte (σ) ha subito un’ulteriore erosione: la combinazione del Memorandum presentato come definitivo e rivelatosi precario, del D-Day economico annunciato come «shock and awe» e risultato essere «yet another extended ultimatum» secondo Axios, e delle minacce militari all’Oman – un alleato storico americano – ha prodotto un accumulo di inflazione illocutoria difficilmente reversibile nel breve periodo. La disponibilità di frame alternativi (φ) è aumentata significativamente con l’emergere del frame Iran-Oman.[8]
L’accordo del 25 agosto tra Araghchi e Badr al-Busaidi rappresenta comunicativamente qualcosa di più di un secondo memorandum di 60 giorni. È la materializzazione di un terzo frame, quello della gestione tecnica bilaterale dello Stretto tra Iran e Oman, che esclude strutturalmente Washington dal tavolo rilevante. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Baghaei lo ha dichiarato esplicitamente: i negoziati «non hanno nulla a che fare con gli Stati Uniti». Rubio ha dovuto confermare: «il contatto diretto è tra Oman e Iran». Non è una dichiarazione diplomatica: è la certificazione pubblica di un cambio nella struttura del campo semantico.[9]
Questo terzo frame presenta caratteristiche di adottabilità particolarmente elevate per gli attori terzi. La coerenza contestuale (κ) è alta per i paesi del Golfo e per le compagnie di navigazione: il frame della gestione tecnica bilaterale è compatibile con le strutture cognitive di chi vuole la riapertura delle rotte senza prendere posizione nel conflitto politico. La credibilità delle fonti (σ) – Iran e Oman – è alta nel contesto specifico della gestione della navigazione nello Stretto. La disponibilità di frame alternativi (φ) è bassa: il frame americano ha perso credibilità, il frame iraniano originale è troppo costoso per gli attori non allineati, il frame tecnico bilaterale è il meno costoso disponibile.
5. La Cina e il principio di Sun Tzu: comunicazione strategica per omissione
Un elemento che qualsiasi analisi della comunicazione strategica nella crisi di Hormuz deve affrontare è la posizione comunicativa della Cina, caratterizzata non dalle mosse che ha fatto, ma da quelle che non ha fatto.
Pechino non ha mediato, non ha preso posizioni pubbliche, non si è inserita nel negoziato. Ha osservato. Questa non-azione comunicativa è essa stessa una strategia precisa che il framework della teoria dei giochi comunicativa consente di leggere come mossa nel metagioco: la Cina non sta competendo sul frame del conflitto – sta costruendo le condizioni per beneficiare di qualsiasi esito senza associarsi a nessuna delle parti.[10]
In termini di adottabilità del frame, la posizione cinese produce un effetto paradossale: non avendo un frame proprio in circolazione, Pechino non contribuisce ad abbassare φ per nessuno degli attori in competizione. Ma la sua non-azione comunica qualcosa di preciso agli attori del Golfo: che esiste un garante alternativo disponibile che non ha fatto minacce, non ha cambiato posizione, non ha prodotto inflazione illocutoria. La σ cinese nel Golfo, misurata attraverso la stabilità e la coerenza delle sue posizioni nel tempo, è strutturalmente alta proprio perché non è stata testata dalla crisi.
L’«Accordo della Mecca» – il patto di difesa tra Arabia Saudita, Pakistan ed Egitto emerso durante la crisi – è il segnale empirico più preciso di questo processo: i paesi del Golfo stanno costruendo architetture di sicurezza alternative alla garanzia americana senza dichiararsi apertamente nel campo cinese. È la risposta razionale di attori che hanno osservato la crisi di Hormuz e hanno aggiornato le proprie aspettative sulla credibilità americana come garante securitario.[11]
6. Lo stato attuale: il secondo memorandum e le implicazioni comunicative
Al 6 settembre 2026, la crisi di Hormuz è entrata in una terza fase comunicativa che si distingue strutturalmente dalle due precedenti. L’accordo Iran-Oman del 25 agosto ha prodotto un campo semantico in cui il frame dominante non è più né quello americano né quello iraniano originale, ma quello della gestione tecnica bilaterale che esclude Washington come attore rilevante nel breve periodo.
Le caratteristiche comunicative di questa terza fase sono precise. Il controllo del corridoio di navigazione è formalmente nelle mani di Iran e Oman: le navi in entrata nel Golfo transitano in acque iraniane sotto sorveglianza iraniana, le partenze vengono autorizzate da Muscat dopo comunicazione a Teheran. Non è una riapertura: è la formalizzazione di un nuovo regime di controllo dello Stretto in cui la presenza americana è ridotta a variabile esogena.
La posizione americana è quella di un attore che ha perso il governo del campo semantico della crisi senza aver perso le proprie capacità materiali. Le minacce militari continuano – «lo Stretto si aprirà molto presto o colpiremo duramente» -ma la loro forza performativa è strutturalmente ridotta dall’accumulo di inflazione illocutoria delle settimane precedenti. Quando le stesse categorie retoriche vengono ripetute senza produrre gli effetti attesi, il pubblico internazionale aggiorna le proprie aspettative: le dichiarazioni vengono elaborate non come segnali affidabili ma come rumore, riducendo ulteriormente σ per qualsiasi frame successivo.
Il generale Dan Caine, presidente dei capi di Stato maggiore congiunti, ha espresso la necessità di trovare una «via d’uscita» dalla guerra con l’Iran. È il segnale più preciso dello stato del campo semantico interno americano: quando la leadership militare comunica pubblicamente la necessità di uscire da un conflitto, σ dell’attore che lo ha dichiarato e gestito si riduce ulteriormente, perché il pubblico interno e gli attori terzi aggiornano le proprie aspettative sulla sostenibilità della posizione americana.[12]
7. Sintesi analitica: chi ha governato il campo semantico e perché
L’analisi dell’evoluzione della comunicazione strategica nella crisi di Hormuz dall’inizio della guerra al 6 settembre 2026 consente di identificare alcuni pattern strutturali che il framework teorico dell’Istituto Delphi consente di formalizzare.
Il primo pattern riguarda l’asimmetria tra capacità materiali e governo del campo semantico. Gli Stati Uniti hanno mantenuto per tutta la crisi una superiorità materiale indiscussa – capacità aeronavale, tecnologia militare, peso economico. Ma hanno progressivamente perso il governo del campo semantico: dal frame della sicurezza delle rotte come riferimento dominante nelle prime fasi, alla situazione attuale in cui il frame rilevante per la gestione dello Stretto è quello Iran-Oman che li esclude. La causa è identificabile con precisione: l’accumulo di inflazione illocutoria ha eroso σ in modo cumulativo, riducendo l’adottabilità di qualsiasi frame americano indipendentemente dalla sua qualità intrinseca.[13]
Il secondo pattern riguarda la resilienza del frame iraniano nonostante i suoi limiti strutturali di adottabilità. Il frame della sovranità e della resistenza ha un α(F) strutturalmente basso nel sistema internazionale occidentale – κ selettiva, σ limitata, φ alta – ma ha dimostrato una capacità di resistenza superiore alle aspettative. La ragione è nella sua coerenza interna: Teheran ha mantenuto le proprie posizioni con una consistenza che ha contribuito a costruire σ nel tempo anche presso attori non allineati, producendo un effetto cumulativo di credibilità selettiva che il modello α(F) nella sua formulazione attuale cattura solo parzialmente.[14]
Il terzo pattern – il più rilevante per le implicazioni teoriche – riguarda l’emergere del frame tecnico bilaterale Iran-Oman come frame di mediazione a basso costo di adozione. Il successo di questo frame non dipende dalla sua qualità retorica o dalla sua coerenza interna: dipende dal fatto che offre agli attori terzi – compagnie di navigazione, paesi del Golfo, attori europei – una via d’uscita praticabile dalla competizione tra i due frame principali. È la dimostrazione empirica più nitida del meccanismo del costo di adozione: un frame con α(F) non massimo in assoluto può diventare dominante in un contesto specifico perché è quello con il costo di adozione più basso rispetto alle alternative disponibili.[15]
Conclusioni: implicazioni teoriche e direzioni di ricerca
La crisi di Hormuz ha offerto un caso di studio eccezionale per la validazione empirica dei tre framework teorici del programma di ricerca dell’Istituto Delphi, con risultati che confermano la capacità esplicativa del modello e aprono alcune direzioni di sviluppo teorico.
La diplomazia performativa ha mostrato i propri limiti in un contesto in cui le condizioni di felicità degli atti performativi dipendono dalla cooperazione di attori con incentivi divergenti. Il Memorandum di Islamabad è l’esempio più nitido: un atto performativo formalmente riuscito, la tregua ha tenuto, ma sostanzialmente svuotato dalla contro-narrazione simultanea dell’attore che avrebbe dovuto cooperare alla sua riuscita. Questo suggerisce la necessità di sviluppare una teoria delle condizioni di felicità contingenti – che consideri esplicitamente la struttura degli incentivi degli attori co-performativi come variabile del successo dell’atto.
La teoria dei giochi comunicativa ha mostrato la propria utilità nell’analisi del metagioco: il livello in cui gli attori non competono sul contenuto delle dichiarazioni ma sulla struttura delle aspettative. Il caso Iran-Oman è la mossa di metagioco più efficace della crisi: costruire un tavolo bilaterale che esclude Washington non è una mossa nel gioco oggetto del conflitto, ma nel metagioco della ridefinizione di chi sono gli attori rilevanti nella gestione dello Stretto.
Il modello α(F) ha confermato la propria capacità di spiegare la diffusione differenziale dei frame in competizione. L’emergere del frame tecnico bilaterale Iran-Oman come frame dominante nella terza fase della crisi è spiegabile con precisione attraverso le quattro variabili: κ alta per gli attori che vogliono la riapertura senza impegni politici, σ alta delle due fonti nel contesto specifico, τ ottimale rispetto alla scadenza del primo memorandum, φ bassa per il deterioramento dei frame concorrenti.
La crisi ha infine suggerito l’opportunità di introdurre una componente dinamica nel modello – σ come funzione della storia comunicativa dell’attore nel tempo – che consenta di formalizzare il meccanismo attraverso cui l’inflazione illocutoria erode strutturalmente la capacità di un attore di proporre frame con alta adottabilità, indipendentemente dalla qualità intrinseca dei frame successivi. Questo sviluppo è in corso nell’ambito del programma di ricerca dell’Istituto Delphi e sarà oggetto di un working paper dedicato.[16]
[1] I tre framework sono sviluppati rispettivamente in: D’Andrea, D. (2025). La diplomazia performativa nelle relazioni internazionali. DOI: 10.5281/zenodo.20818243; D’Andrea, D. (2026c). La teoria dei giochi comunicativa. DOI: 10.5281/zenodo.21906826; D’Andrea, D. (2026b). Il modello di adottabilità del frame. DOI: 10.5281/zenodo.21753053. Per una sintesi integrata dei tre framework, cfr. D’Andrea, D. (2026d). Governare il linguaggio. Diplomazia, potere e comunicazione nell’età della performance. Amazon. ISBN 979-8183633375.
[2] Per la definizione di diplomazia performativa come atto linguistico che tenta di produrre la realtà che descrive, cfr. D’Andrea, D. (2025), cit., sezione 3, dove il concetto è sviluppato a partire dalla nozione austiniana di performativo: Austin, J. L. (1962). How to Do Things with Words. Oxford: Oxford University Press.
[3] La cronologia dettagliata degli eventi del 28 febbraio 2026 è ricostruita in: Guerra in Iran: cronologia dettagliata degli eventi. PPN ADI, 8 aprile 2026, disponibile su primapaginanews.it; e in Guerra d’Iran. Wikipedia, aggiornato al 6 settembre 2026, disponibile su it.wikipedia.org.
[4] Le condizioni di felicità degli atti performativi – le condizioni in cui un enunciato produce gli effetti che dichiara – sono discusse in Austin, J. L. (1962), cit., lezioni VIII-X. Per l’applicazione alle dichiarazioni di chiusura dello Stretto, il criterio rilevante è la capacità materiale dell’attore di sostenere l’atto enunciato: senza quella capacità, la dichiarazione di chiusura sarebbe un atto performativo fallito – un «bluff» nel linguaggio della teoria dei giochi.
[5] Per la formalizzazione del modello α(F) e la definizione delle quattro variabili, cfr. D’Andrea, D. (2026b), cit., sezione 3.1. Per l’applicazione originale alla crisi di Hormuz nella prima fase del conflitto, cfr. ibid., sezione 5.
[6] Per la nozione di condizioni di felicità degli atti performativi e le cause del loro fallimento, cfr. Austin, J. L. (1962), cit., lezione II, dove vengono identificate le «infelicità» degli atti linguistici come i meccanismi attraverso cui un performativo non produce gli effetti attesi. La contro-narrazione simultanea dei media iraniani è documentata in numerose fonti del 17-19 giugno 2026.
[7] Per la definizione dei tre livelli del gioco nella teoria dei giochi comunicativa – gioco oggetto, gioco comunicativo, metagioco – cfr. D’Andrea, D. (2026c), cit., sezione 3. Il metagioco è definito come il livello in cui gli attori non competono sul contenuto delle dichiarazioni ma sulla struttura delle aspettative dentro cui quelle dichiarazioni vengono ricevute.
[8] La definizione di inflazione illocutoria e il suo meccanismo di erosione della credibilità della fonte sono sviluppati in D’Andrea, D. (2026a). Verso una nuova teoria della direzione simbolica del potere: il governo della comunicazione. DOI: 10.5281/zenodo.22004447, sezione 8. Per la citazione di Axios sul D-Day economico come «yet another extended ultimatum», cfr. le ricostruzioni dei media internazionali del 25-26 agosto 2026.
[9] Le dichiarazioni di Baghaei e Rubio sono documentate in: ANSA, 4 agosto 2026; Il Giornale, 4-5 agosto 2026; Vatican News, 5 agosto 2026.
[10] Per la distinzione tra mosse comunicative attive e passive nel metagioco, e il valore strategico della non-azione comunicativa come segnale, cfr. D’Andrea, D. (2026c), cit., sezione 4. Il riferimento a Sun Tzu – «l’opportunità di sconfiggere il nemico è fornita dal nemico stesso» – è dal quarto libro dell’Arte della guerra: Sun Tzu (trad. it. Filippetti, A., 2010). L’arte della guerra. Milano: Mondadori.
[11] Per l’«Accordo della Mecca» e le sue implicazioni geopolitiche, cfr. le ricostruzioni dei media internazionali del periodo agosto-settembre 2026. Il meccanismo attraverso cui la riduzione della credibilità americana spinge gli attori del Golfo verso alternative è coerente con la logica della teoria dei giochi comunicativa: quando σ del garante scende sotto una soglia critica, gli attori razionali aggiornano le proprie aspettative e cercano alternative – anche se quelle alternative hanno σ più bassa in assoluto, purché abbiano σ più stabile nel tempo.
[12] Le dichiarazioni del generale Caine sono state riportate da diverse fonti internazionali nel periodo agosto 2026. Per il meccanismo attraverso cui le dichiarazioni interne di un attore riducono σ nel campo semantico internazionale, cfr. D’Andrea, D. (2026b), cit., sezione 4.2, dove σ è definita come variabile contestuale che dipende dalla storia delle affermazioni precedenti dell’attore sul tema specifico.
[13] Il meccanismo dell’accumulo cumulativo di inflazione illocutoria come causa strutturale della perdita del governo del campo semantico è discusso in D’Andrea, D. (2026a), cit., sezione 8, dove viene formalizzato il processo attraverso cui la non corrispondenza sistematica tra dichiarazioni e azioni erode progressivamente la forza performativa del linguaggio politico di un attore.
[14] La costruzione di σ nel tempo attraverso la coerenza delle posizioni – anche in assenza di successi materiali – è coerente con la logica del modello α(F) ma non è ancora formalizzata come variabile dinamica nella sua formulazione attuale. Lo sviluppo di una componente temporale del modello – σ come funzione dell’intera storia comunicativa di un attore sul tema – costituisce una direzione di sviluppo teorico del programma di ricerca.
[15] Per il principio per cui un frame con α(F) non massimo in assoluto può diventare dominante in un contesto specifico perché offre il costo di adozione più basso rispetto alle alternative, cfr. D’Andrea, D. (2026b), cit., sezione 3.2, dove viene discussa la relatività dell’adottabilità rispetto al pubblico ricevente e al contesto specifico.
[16] Per lo sviluppo della variabile δ – debolezza strutturale dell’avversario – come quinta variabile del modello α(F), cfr. D’Andrea, D. (2026, settembre). Il modello α(F) esteso: la debolezza strutturale dell’avversario come quinta variabile dell’adottabilità del frame. The Delphi Institute Working Paper Series. DOI: 10.5281/zenodo.22431716