di Vijlar Ujkaj, junior analyst lv. III
Prima settimana di ottobre. È notte, arriva un messaggio: è il codice. Il generale a capo del Mossad sa cosa significa. La fonte israeliana più affidabile nel mondo arabo avverte chiaramente: stasera ci sarà l’attacco.
La chiamata viene presa dal capo dell’intelligence militare. Passano le ore. Il governo si riunisce in mattinata: niente attacco preventivo, si decide una mobilitazione solo parziale. C’è tempo, pensano – la fonte ha detto “al tramonto”.
La guerra inizia invece nel primo pomeriggio. Quattro ore prima di quanto promesso.
Non è il 7 ottobre 2023. È il 6 ottobre 1973, l’intelligence israeliana ha appena preso un enorme abbaglio, e adesso il paese è in grave difficoltà, essendo stato attaccato simultaneamente dall’Egitto e dalla Siria su due fronti diversi, con il dubbio della Giordania.
Cosa è successo il 6 ottobre 1973, e cosa è successo il 7 ottobre 2023? Una dormita colossale? Incompetenza? Sottovalutazione del pericolo? Un complotto? Uno schema e delle domande che attraversano i decenni.
Quando avvengono catastrofi come il 7 ottobre 2023, il 6 ottobre 1973, l’11 settembre, Pearl Harbor, l’operazione Barbarossa, una domanda si ripresenta con veemenza: com’è possibile che non lo sapessero?
Ogni volta la risposta è tutt’altro che immediata.
La domanda migliore da farsi, e più precisa, è: perché le informazioni disponibili non sono state interpretate correttamente?
I precedenti storici: Barbarossa e Kippur
1.1 Mezzo secolo prima
Il 6 ottobre 1973 l’Egitto e la Siria attaccarono Israele simultaneamente cogliendo molto impreparato lo Stato ebraico e avanzando molto più di quanto qualsiasi analista, accademico o esperto militare avrebbe potuto prevedere. Com’è stato possibile? Il Mossad conosceva i piani nemici, in anticipo.
Il problema sostanziale del fallimento dell’intelligence fu la cosiddetta konzepziya (concetto): un insieme di falsi presupposti, concatenati.
Alla base vi era una hybris israeliana: dopo la mirabolante vittoria esistenziale del 1967 e l’occupazione di estesi territori (tutta la penisola del Sinai, la Striscia di Gaza, la Cisgiordania, le alture del Golan) ormai l’apparato militare israeliano pensava di essere invincibile o quasi. Una sua sconfitta sul campo di battaglia non era più considerata una possibilità concreta. Un altro elemento fondamentale fu l’atteggiamento sprezzante degli israeliani verso gli Stati arabi: dopo la cocente sconfitta del 1967, non li ritenevano all’altezza di azioni militari significative.
L’Egitto e la Siria, inoltre, avevano fatto un lavoro eccellente di rumore informativo. Sin dal 1971, il presidente egiziano Sadat stava ripetendo in continuazione che “questo sarebbe stato l’anno decisivo”, con l’esercito egiziano che spesso effettuava esercitazioni vicino al canale di Suez, coordinandosi con esercitazioni siriane. Questo rese molto più difficile individuare i movimenti delle forze armate egiziane come effettivamente prossimi all’attacco, e non all’ennesima dimostrazione o esercitazione. Nella primavera del 1973, la stessa fonte che avrebbe dato l’allarme decisivo a ottobre aveva già segnalato un attacco imminente per la metà di maggio. Non arrivò nulla. Israele mobilitò parzialmente e pagò un conto politico ed economico per un falso allarme — un precedente pesante, cinque mesi dopo, sui segnali veri.
Dopo l’ultima guerra arabo-israeliana, gli sforzi dello Stato ebraico si erano trasferiti dal warfare più tradizionale, alle operazioni antiterrorismo: l’anno prima era avvenuto il disastro delle olimpiadi di Monaco, e il 28 settembre 1973 due terroristi arabi presero in ostaggio un treno con a bordo ebrei sovietici che transitavano a Vienna per andare in Israele. Il cancelliere austriaco Bruno Kreisky (ebreo anch’egli) acconsentì quasi subito alle loro richieste: la premier israeliana Golda Meir volò di persona a Vienna per parlare direttamente con lui e tutte le attenzioni di Israele, una settimana prima dell’attacco arabo, erano verso l’Austria. Il commando era parte di una fazione dell’OLP a guida siriana. Un coinvolgimento diretto di Damasco non è mai stato provato, ma è inverosimile non vi fosse il tacito assenso della Siria al riguardo, e molti in retrospettiva hanno pensato l’attentato facesse parte della campagna di depistaggio.
Nei mesi precedenti, solo una decina tra ministri e generali egiziani, e altrettanti siriani, conoscevano del piano. Nella sua interezza, era conosciuto solo da Sadat e il ministro della Guerra, Ismail Ali. La grande maggioranza degli ufficiali siriani ed egiziani seppe dell’attacco un’ora o due prima della sua esecuzione.
Il pregiudizio e la tracotanza israeliana, l’accortezza nelle comunicazioni arabe e il lavoro di rumore e falsi allarmi fatto dal presidente egiziano riuscirono nella titanica impresa di eludere la celeberrima intelligence israeliana.
1.2 Operazione Barbarossa
Lo storico Benny Morris ha descritto la débâcle israeliana del 1973 come una delle peggiori sorprese in campo strategico e tattico da quando Hitler invase l’URSS nel 1941. Hitler e Stalin erano ancora alleati in quell’anno, si erano spartiti la Polonia, e l’URSS aveva invaso Stati baltici e Finlandia. Gli inglesi cercarono più volte di avvertire Stalin dell’imminente invasione tedesca: solo tra il 1° gennaio e il 21 giugno 1941 ci furono oltre cento avvertimenti di intelligence inoltrati a Stalin. Lui li liquidò tutti, uno per uno – erano tentativi degli inglesi di mettere sovietici e tedeschi l’uno contro l’altro, secondo lui. Unito al timore che provavano gli ufficiali sovietici nel contraddire Stalin, rese il gioco dei tedeschi una passeggiata. E si trova una risposta alla domanda “com’è possibile che non lo sapessero?”, davanti a un’invasione di quattro milioni di uomini, 3500 carri armati e 3000 aerei.
2.1 “Jericho Wall”: Il piano conosciuto e giudicato “impossibile”
Una delle argomentazioni più citate dalle teorie del complotto è il possesso, da parte dell’intelligence israeliana, di “Jericho Wall”: un documento di circa 40 pagine ottenuto oltre un anno prima dell’attacco. Il testo descriveva nei minimi dettagli la tattica poi impiegata il 7 ottobre: una raffica iniziale di migliaia di razzi, droni per disattivare le telecamere di sorveglianza sulla barriera, commando su parapendii a motore, pickup e moto per invadere i kibbutz e prendere ostaggi di massa.
Per i complottisti, questa è la “prova regina”: lo avevano sul tavolo, quindi hanno lasciato fare.
Per chi conosce la storia dell’intelligence, è l’ennesimo caso di cecità da ambizione strategica. Quando il documento arrivò ai vertici della Divisione Gaza e dell’intelligence militare (AMAN), la risposta prevalente fu di scetticismo benevolo: il piano fu valutato come “aspirazionale”. Gli analisti presunsero che Hamas non avesse né le capacità logistiche, né la disciplina tattica, né la forza d’élite necessaria per eseguire un’operazione combinata di quella portata.
Come accaduto all’ufficiale radar di Pearl Harbor o agli analisti del Pentagono prima dell’11 settembre, l’esistenza di un piano d’attacco nemico è stata scartata perché ritenuta fuori dalla portata reale dell’avversario.
2.2 L’illusione della stabilità economica e la svalutazione dei segnali
Nei quattro anni precedenti al 2023, la dirigenza politica e militare israeliana si era adagiata su una nuova Konzepziya: la convinzione che Hamas fosse ormai disincentivata dal promuovere guerre totali contro Israele.
La teoria dominante era che il gruppo fosse prioritariamente interessato alla stabilizzazione economica ed amministrativa della Striscia di Gaza. L’ingresso mensile dei fondi dal Qatar, l’aumento graduale dei permessi di lavoro in Israele per oltre 18.000 gazawi e il mantenimento della calma relativa ai confini vennero interpretati come il segno che Hamas avesse “scelto di governare invece che combattere”.
Questa gabbia concettuale ha trasformato ogni segnale d’allarme in rumore di fondo:
2.3 Gli avvertimenti delle vedette (Tazpitaniyot): Le giovani soldatesse di guardia ai monitor di confine avevano segnalato a più riprese, nei mesi precedenti all’attacco, esercitazioni anomale di Hamas a ridosso della barriera. Vedevano miliziani addestrarsi a conquistare postazioni di guardia simulate, far esplodere repliche del muro e studiare i movimenti dei pattugliamenti. I comandi superiori liquidarono i report come “teatrini di propaganda” privi di concreti intenti operativi.
2.4 La routine della provocazione: Hamas eseguiva manovre a ridosso del confine con tale regolarità da anestetizzare la reazione dei comandi israeliani. Quando il pericolo viene mostrato ogni giorno a bassissima intensità, si smette di percepirlo come un’imminente minaccia catastrofica.
3. L’altra metà della storia
Nessun giornale al mondo ha mai aperto la prima pagina con questo titolo:
“OGGI NON È SUCCESSO NULLA.”
Nessun telegiornale manda in onda un inviato speciale per mostrare una piazza gremita in cui non è esplosa alcuna bomba, o un kibbutz al confine in cui le famiglie stanno pranzando in pace perché un blitz notturno a venti chilometri di distanza ha eliminato una cellula d’attacco tre ore prima che partisse.
L’attività di prevenzione e di intelligence soffre di una condanna strutturale: il successo è trasparente, l’errore è spettacolare.
Se ci fermiamo un secondo a guardare la realtà senza il filtro deformante dell’indignazione mediatica, la domanda da porsi diventa disarmante: quanti “7 ottobre” non sono mai avvenuti semplicemente perché qualcuno li ha fermati in tempo?
3.1 Il “7 Ottobre del Nord”: Il piano sventato della Forza Radwan
Mentre l’attenzione del mondo è comprensibilmente fissa sulle macerie di Gaza e sul fallimento della barriera meridionale, in pochi ricordano che il piano originario di invasione di massa non nasce a Gaza. Nasce nel sud del Libano.
Per oltre un decennio, la Forza Radwan – l’unità d’élite di Hezbollah addestrata da ufficiali iraniani – ha sviluppato, affinato e collaudato il piano strategico chiamato “Conquistare la Galilea” (Kifāḥ al-Jalīl). È stato letteralmente il blueprint su cui Hamas ha poi modellato la propria operazione.
Il piano della Forza Radwan prevedeva l’occupazione di interi centri abitati nell’Alta Galilea per prendere centinaia di ostaggi e costringere Israele a una guerra di posizione sul proprio territorio nazionale.
Perché questo attacco non si è trasformato in un secondo 7 ottobre?
Perché l’intelligence e le forze sul campo hanno funzionato a dovere.
Con l’Operazione Northern Shield, l’IDF ha individuato, neutralizzato e sigillato col cemento la rete di tunnel d’attacco che penetravano la Blue Line. Subito dopo il massacro al confine con Gaza, l’immediato e imponente riposizionamento corazzato a nord ha privato Hezbollah dell’elemento sorpresa, spingendo la catena di comando a rimandare l’incursione di terra e consentendo l’eliminazione mirata dei vertici operativi di Radwan.
Questo sventamento non è andato in prima pagina, ma ha evitato la morte e il rapimento di migliaia di civili nell’Alta Galilea.
A dimostrazione di quanto la realtà sia sfaccettata e distante dalle semplificazioni, oggi sappiamo dalle ricostruzioni d’intelligence che nemmeno la leadership di Hezbollah conosceva la data del 7 ottobre.
Yahya Sinwar e i comandi di Gaza tennero l’ora X blindata in una cassaforte d’acciaio, senza comunicarla a Beirut o a Teheran per il terrore di fughe di notizie e intercettazioni dell’intelligence israeliana. Quando le milizie di Hamas sfondarono la recinzione il sabato mattina, Hassan Nasrallah e i comandi della Forza Radwan vennero colti di sorpresa quanto i generali a Tel Aviv.
È per questo che Hezbollah non lanciò l’invasione di terra simultanea dal nord il 7 ottobre, ma iniziò a muoversi solo il giorno successivo, l’8 ottobre, con lanci di contenimento. Una scelta che ha permesso all’IDF di blindare il confine libanese, congelando sul nascere quel “7 Ottobre del Nord” che la Forza Radwan aveva preparato per un decennio.
L’asimmetria: Il vero cuore del problema
Il cuore di tutta questa storia è una tremenda e inevitabile asimmetria matematica.
Così funziona, in modo illustrativo, la quotidianità di una qualsiasi agenzia di sicurezza:
– centinaia di allerte arrivano sui tavoli degli analisti;
– la stragrande maggioranza si rivela rumore di fondo, falsi allarmi o piste morte;
– un numero limitato sono minacce reali che vengono individuate e sventate nel silenzio;
– una sfugge e si trasforma in tragedia.
I media, l’opinione pubblica e la storia ricordano e giudicano quasi esclusivamente quell’unica allerta sfuggita. È da questo cortocircuito percettivo che nascono le teorie del complotto.
4.1 Inchiesta vs. Complotto: Due piani concettualmente opposti
Diventa essenziale tracciare una linea netta tra due approcci alla realtà che vengono troppo spesso confusi: la critica istituzionale e la teoria del complotto.
A. La Commissione d’Inchiesta (L’analisi della fallibilità)
Chiedere una commissione d’inchiesta indipendente, prefiggersi di smantellare i vertici militari e politici per la loro cecità, evidenziare la superficialità, l’arroganza analitica e il fallimento della catena di comando è un dovere democratico e analitico. Una commissione d’inchiesta parte da un presupposto realistico: gli uomini sbagliano, gli apparati burocratici si inceppano e le convinzioni ideologiche accecano anche le menti più brillanti.
Dagli errori e dai buchi rilevati dalle Commissioni, si sviluppano nuove regole e nuove procedure, per impedire la ripetizione di avvenimenti simili.
B. La Teoria del Complotto (Il mito dell’intenzionalità)
La teoria del complotto — l’idea che “Netanyahu o l’IDF sapessero e abbiano scientemente fatto massacrare 1.200 persone, in larga parte civili per avere il casus belli” — si colloca su un piano logico completamente diverso. Sostituisce la complessità dell’errore umano con la semplicità del disegno malvagio. Pretende di spiegare ogni singolo vuoto della catena difensiva non con la lentezza o la disorganizzazione, ma con un’intenzione preordinata.
Il paradosso finale del complottismo
C’è un’ironia sottile ed estrema nel complottismo applicato ai fallimenti di intelligence.
Attribuire ai vertici di uno Stato una prescienza quasi divina (“Sapevano esattamente cosa avrebbe fatto ogni singolo miliziano e hanno calibrato il ritardo dei soccorsi“) significa, paradossalmente, assolverli dalla loro colpa più grave ed imperdonabile: la stupidità, la pigrizia e la vanità burocratica.
Il grande favoritismo che il complottismo fa ai colpevoli
C’è un paradosso di fondo che chiunque si occupi di analisi geopolitica dovrebbe stamparsi in testa:
Sostenere che l’intelligence “sapeva e ha lasciato fare per un piano segreto” non è un atto di coraggio antisistema. È il più grande regalo che si possa fare ai generali, agli analisti e ai politici che hanno fallito.
Se il 7 ottobre o l’11 settembre fossero stati un complotto orchestrato a tavolino, i dirigenti di quelle agenzie sarebbero solo geniali attori di una trama perfetta. Ma se il 7 ottobre e l’11 settembre sono il frutto di pigrizia burocratica, pregiudizi ideologici, arrogante sopravvalutazione delle proprie difese e disorganizzazione drammatica, allora quei dirigenti sono semplicemente incompetenti, superficiali, fallibili.
E per un generale, un ministro o un capo delle spie, essere considerato un genio del male è infinitamente preferibile all’essere smascherato di fronte alla storia per ciò che è stato davvero: un burocrate che ha sbagliato valutazione.
Pretendere la responsabilità istituzionale significa processare la fallibilità. Sostituire la critica con il complotto significa spostare il dibattito dal piano dei fatti a quello delle intenzioni inconfutabili — trasformando una tragedia reale in una serie TV di serie B. Il complottista rifiuta la realtà di uno Stato vulnerabile, disorganizzato e guidato da uomini fallibili. Preferisce credere a un nemico o a un governo diabolico ma infallibile, perché un mondo governato da un complotto perfetto è comunque un mondo in cui qualcuno controlla la nave. Un mondo in cui la sicurezza di una nazione può crollare per una cattiva valutazione di un paio di analisti stanchi, invece, è un mondo terribilmente pauroso da abitare.
C’è infine un ultimo strato che aleggia nella mente di molti complottisti, che viene anche difficilmente riconosciuto: il razzismo latente.
“Ma vi pare possibile che diciannove fanatici usciti dalle grotte dell’Afghanistan con dei taglierini potessero bucare la sicurezza della più grande superpotenza del pianeta?”
“Ma figurati se quattro gatti palestinesi in mezzo alle macerie e alla sabbia di Gaza potevano elaborare un piano militare così complesso da mettere in ginocchio l’IDF!”
Credere che gli eventi di questo tipo siano complotti e simili, significa negare qualsiasi tipo di agency, di abilità, di competenza o intelligenza tattica. Sono troppo stupidi e incapaci, il vero autore è sicuramente un mastermind americano/israeliano (spesso entrambi, nelle salse complottiste più svariate). Se ci si ferma a riflettere, è davvero un pensiero razzista e svilente verso queste persone.
5. Conclusione: Il costo dell’interpretazione
Ritorniamo per un attimo a quella notte. A quei telefoni che squillano, a quelle vedette che segnalano anomalie al confine, a quegli analisti di turno che archiviano le segnalazioni come “semplice esercitazione di routine”.
Tra la notte del 6 ottobre 1973 sul Canale di Suez e quella del 7 ottobre 2023 ai margini della Striscia di Gaza corrono esattamente cinquant’anni. Mezzo secolo di evoluzione tecnologica, satelliti ad alta risoluzione, intercettazioni digitali e intelligenza artificiale. Eppure, quelle due notti raccontano la medesima, identica storia.
Nessuna narrazione su servizi segreti onnipotenti che muovono i fili del mondo o che lasciano massacrare i propri cittadini per eseguire un piano machiavellico. È la storia, molto più terrena e drammatica, di organizzazioni umane costrette ogni singolo giorno a setacciare, in mezzo a un mare di migliaia di dati, ciò che conta davvero da ciò che è soltanto semplice rumore di fondo.
Ed è proprio questa la lezione più difficile da accettare per un’opinione pubblica affamata di certezza, semplicità, linearità: l’intelligence non fallisce perché non possiede informazioni, ma perché, come ogni attività umana complessa, deve interpretarle.
E finché la sicurezza di un Paese dipenderà dall’interpretazione di un segnale nel buio, l’errore rimarrà il prezzo tragico, inevitabile e umano che paghiamo all’incertezza della storia.